Nome: Il genere del nome

Il nome è quella parte del discorso che indica una persona, un animale, una cosa, in tal caso si dice concreto “pènne” (penna), “lìbbre” (libro),

Si dice astratto quando indica qualcosa d’inafferrabile: “bondà” (bontà), “coràgge” (coraggio), “delòre” (dolore), “fedùnge” oggi si scrive e si pronuncia: “fedùgge” (fiducia), “bellèzze” (bellezza).
Si dice comune se indica persona, animale, cosa in senso generico “case” (casa), “monde” (monte), “pettòre” (pittore).
Si dice proprio quando si vuol distinguere la persona, l’animale, la cosa in modo particolare: “BBare” (Bari), “Itàglie” (Italia), “Vastiàne” (Sebastiano).

I nomi propri possono diventare comuni e i nomi comuni, nomi propri.
Esempio: “Dande Alighìire” (Dante Alighieri), nome proprio nel gergo comune significa ‘denaro’ quindi diventa comune: “iòsce a tenè Dande Aleghìire te sìinde ricche” letterale: (oggi avere Dante Alighieri ‘2 euro’ ti senti ricco).

Il genere del nome

I nomi sono di genere maschile, femminile, di numero singolare o plurale.
L’articolo che precede c’indicherà il genere e il numero degli stessi.
I nomi femminili e maschili sia al singolare, sia al plurale, prevalentemente terminano in (e) indistinta: “sècce” (seppia), “trègghie” (triglia), “spìe” (spia), “varve” (barba), “marìte” (marito), “sedetùre” (inquilino), eccetto i nomi tronchi o ossitoni e quelli di provenienza straniera come: “gas” (si può scrivere anche “gasse”), “ragù”, “laps” (matita), “cetà” o “cettà” (città), ecc.

Se il nome femminile precede un aggettivo, in tal caso, termina in (a) con l’aggettivo che deve seguire il nome: “fèmmena bbèlle” (femmina bella), “sèccia fèmmene” (la seppia femmina), “la sèccia màsque o “màscue” (la seppia maschio), “la spìa fèmmene” (la spia femmina), “la spìa màsque” (la spia maschi) e mai “la màsqua spì”, ecc.

Molti nomi classificano già il loro genere: “megghière” (moglie), “marìte” (marito), “uaggnòne” (ragazzo), “vove” (bue), “” (re), “reggìne” (regina). Si noti: “patrùne” (padrone), “patròne” (padrona). Attenzione: “patròne”, come maschile, è usato solo nel gioco “du zembarìidde” (passatella, anche detta “patròne e ssotte”).
Vi sono nomi di genere femminile che riguardano persone di genere maschile: “la u u-àrdie” (la guardia), “la masckre du tiàdre” (la maschera del teatro).

I nomi maschili che vengono usati al femminile, come “la uècchinère” (la occhi neri), “la capiddeggnòre” (la capelli neri), “la capillerìcce” (la capelli ricci), saranno composti dal nome (terminante sempre in ‘e’ muta), seguito dall’aggettivo qualificativo, nonostante sia usato al femminile, perché preceduto dall’inequivocabile articolo (la). Al contrario la stessa rigida regola, si manifesta per i nomi femminili seguiti da aggettivi, usati al maschile: “u mammamì” (il mamma mia), “u mammasandìsseme” (il mammasantissima).
Ancora, nomi promiscui che vengono distinti dall’articolo che li precede: “la lacèrta màsque” (il maschio della lucertola), “la lacèrta fèmmene” (la femmina della lucertola), “la siggna màsque” (il maschio della scimmia), “la siggna fèmmene” (la femmina della scimmia).

Per distinguere un albero di una data specie di frutto o di fiori, a differenza dell’italiano, il Barese, dice: “u u-àrrue d’amìnue o de l’amìnue” (l’albero delle mandorle), “u u-àrrue de père” (l’albero delle pere), u u-arruìcchie de le rose” (l’alberello delle rose), “u u-àrrue de lemùne” (l’albero dei limoni).
Quando un albero non produce un frutto qualsiasi, per definirlo si segue il criterio seguìto in italiano: “u cchiùppe” (il pioppo), “u ceprèsse” (il cipresso), “la palme” (la palma), ma se questo produce il frutto allora si dice “u u-àrrue de le dàttue” (l’albero dei datteri).
Lo stesso vale per “u pìne” (il pino), “le pìne” (i pini), ma se si tratta di pini che dànno frutto, allora è “u u-àrrue de le pìggne” (l’albero delle pigne), “l’àrrue de le nghiànue” (l’albero delle ghiande -quercia-), nel gergo infantile: “u u-àrrue de le pìppe” (l’albero delle pipe – perché i  ragazzi, una volta,  facevano le pipette = da pipa).

Stesso procedimento per le piante e per i semi: “la chiànde de pemedòre/pemedùre” (la pianta di pomodoro/i), “la semènde de cequère” (la semenza di cicoria), ma “u pète de cime de cole” (il ‘piede’ di cavolo).

Per i frutti degli alberi, delle piante, l’uso è identico all’italiano: “le mèle” (le mele), “le fasùle” (i fagioli), “le ceràse” (le ciliegie).
L’andamento della coltivazione lo si dà nominando il frutto: “l’amìnue cuss’ànne sò ppìcche” (il raccolto delle mandorle quest’anno sarà scarso), “le pemedùre nonn-hanne avùte iàcque e ccuss’ànne hann’a scì care” (i pomodori non hanno avuto acqua (pioggia) e quest’anno i prezzi saranno salati).

Di genere maschile sono i nomi di mesi e dei giorni della settimana, eccetto domenica: “Gennàie” (scennàre”, arcaico), “febbràie(“febbràre” e “frebbàre”, arc.), “marze”, “abbrìle”, “magge(masce”, arc.), “giùggne” (sciùggne”, arc.), “lùgglie”  (lùgghie”, arc.), “agùste”, “settèmbre” (settìimbre”, arc.), “ottòbre” (attòbre”, arc.), “novèmbre” (“nevìimbre”, arc.), “decèmbre” (decìimbre”, arc).
Lunedì” (“lundì”, arc.), “martedì” (“martredì”, arc.), “mercoledì” (mercredì” e “mìircredì”, arc.), “scevedì”, “vernedì” (vrenedì” e “vìirnedì”, arc.), “sàbete” (e “sàbbete), “demèneche”.

A proposito dei giorni pronunciati in dialetto, c’è un gioco caratteristico in barese.
De quànne scernàte è ffatte la semàna barèse e quàle sò?” (Di quanti giorni è composta la settimana barese e come vengono espressi i giorni in dialetto?).
La semàna barese iè ffatte de nove dì e ssò: diatèrze, nestèrze, aiìre, iòsce, crà, pesscrà, pescrìdde (si dice anche “pescrèdde), pescròdde, pescrùdde” (La settimana barese è composta di nove giorni e sono: Tre giorni addietro, l’altro ièri, ieri, oggi, domani, dopodomani, tre giorni dopo, quattro giorni dopo, cinque giorni dopo). Attenzione: “nestèrze”, alcuni dicono in dialetto “avandìire”, ma non è corretto perché è un vocabolo italianizzato.
Un altro particolare a proposito di come esprimersi in dialetto con i giorni, se per esempio oggi fosse stato sabato, per dire sabato prossimo, si dice: “sàbete ce vène”, ma anche “iòsce a iòtte” (oggi a otto giorni).