Verbi

Verbi: passivi, riflessivi, pronominali, impersonali

Continuando a interessarci del capitolo «Verbo» estratta dalla grammatica di don Alfredo Giovine pubblicata dal figlio Felice, l’autore ha approfondito lo studio con altre utili pagine per meglio trattare un argomento in modo compiuto, fin d’ora non approfondito da altri studiosi.

Un tentativo c’è strato all’inizio degli anni Cinquanta del secolo scorso dal famoso poeta e studioso Davide Lopez pubblicando due saggi sulla fonologia e morfologia, ma non del tutto esaustiva; però va dato il merito di aver lasciato agli studiosi, che si sono susseguiti, una buona traccia soprattutto ha valorizzato il dialetto, convincendo gli scettici di allora che è una vera e propria lingua, quindi materia di studio e insegnamento. La convinzione e la consacrazione che il barese è una lingua, è stata rafforzata con documentazioni e messa in atto sin dal dicembre 2005 dalla sunnominata grammatica di Alfredo Giovine e che noi titolari del sito, con piacere abbiamo dedicato una sezione per meglio diffondere un autorevole studio che è alla portata di tutti, nessuno escluso.
Continuiamo nel divulgare l’argomento «Verbo», dando successivi consigli,  diffondendo l’approfondita materia da: «Il Dialetto di Bari» (grammatica-scrittura-lettura) che è il più corretto e aggiornato uso della nostra lingua. Un volume che ha già risposto e risolto molti punti interrogativi. E, come ha scritto don Alfredo, nel libro sopraccitato: «Due parole ai lettori», ci piace evidenziare l’ultima parte della sua umile e rispettosa introduzione dedicata ai presenti e futuri studiosi de ‘Il Dialetto di Bari’ e non tanti diversi dialetti baresi.

«…La presente grammatica è dedicata soprattutto al popolo minuto e a chi vorrà prendere cognizioni del dialetto barese; certo non è rivolto ai glottologi, ma spero che gli stessi possano trovare qualcosa che li possa incuriosire.
Non è del tutto escluso che possa seguire un’altra edizione composta con criteri diversi.
Il presente lavoro, in ogni caso, presuppone da parte del lettore la conoscenza della grammatica italiana e, consapevole di non aver detto tutto, anzi confrontando quello che posso dire, c’è da dire moltissimo ancora. Questo è un po’ come “Quel ramo del lago di Como”, gli altri dicano il resto.
Mi auguro che tutti coloro che si interessano a tale problema possano illuminare con i loro suggerimenti e sereni giudizi ulteriori approfondimenti  allo scopo di poter raggiungere buona parte degli obiettivi che hanno ispirato questo mio lavoretto, tenendo conto de “il rispetto per gli avversari specialmente quando si sforzano di lavorare onestamente”, per dirla con parole di Parlangèli(Oronzo Parlangèli (Novoli (Le) 1923-Roma 1969), glottologo di fama internazionale, fu titolare della cattedra di Glottologia  nelle Università degli Studi di Messina e Bari, membro di varie accademie e società scientifiche italiane e straniere «N.d.R»).
Agli esiti di ricerche di studiosi miei illustri maestri contenuti in questo lavoro vanno aggiunti i risultati, sia pure modesti, delle esperienze personali che devono considerarsi cognizioni del tutto nuove.
Avverto che ogni mio orientamento passato che possa risultare in contrasto con il presente opuscolo va ridimensionato alla luce delle mie nuove conoscenze.
Infine, una particolare raccomandazione: se si parla e si scrive italiano italianamente, si parli e si scriva, baresemente».

Siamo convinti che il messaggio posto da don Alfredo sia limpido e chiaro a chi ha voglia di approfondire gli studi con cognizione di causa.

 

VERBO

VERBI PASSIVI
I verbi passivi si coniugano con l’ausiliare “èsse”: “iì sò state amàte” (io sono stato amato). Vi sono forme simili per il passivo e per l’attivo, “sò amàte” (sono amato) e “sò ssciùte” (sono andato). Il primo esempio è della forma passiva del verbo “amà” (amare), il secondo della forma attiva del verbo “scì” (andare). Il verbo “venì o menì” (venire), può avere, in taluni casi, funzione di ausiliare.
Per avere forma passiva, come in italiano, basta far precedere la particella pronominale “se” (si), alla terza persona singolare e plurale dei soli tempi semplici: “cusse mmìire se fasce bbève” (questo vino si fa bere). Premettendo la particella pronominale “se”, alle voci di 3ª pers. sing. e pl. dei tempi semplici di forma passiva, otteniamo il valore dei tempi composti con i tempi semplici.“Iòsce s’honne (o “s’avònne”, “s’hanne”, “se sò”) fatte le lezziùne  (e anche “le lezziòne)” (oggi sono state fatte le elezioni); “chèdda dì s’ève pezzecàte nu sacche de pèssce” (in quel giorno era stato pescato molto pesce).

 

VERBI RIFLESSIVI
Prevalentemente vi sono in dialetto verbi transitivi che hanno dopo di loro, come complemento oggetto, la stessa persona che fa l’azione, espressa da un pronome o da una particella pronominale: “me” (mi) – “te” (ti) – “se” (si) – “nge” (ci) – “ve” (vi).
Tali verbi riflessivi, indicano che l’azione espressa dal verbo cade sullo stesso soggetto che la compie: “iì me pelìzzeche” (io mi pulisco) – ossia: io pulisco me -.
Questi verbi seguono regolarmente la coniugazione, sempre accompagnati dalle particelle innanzi accennate che precedono le voci verbali. Le particelle pronominali, però, si fanno seguire al verbo, con uso enclitico nelle voci dell’imperativo presente (esclusa la pers. sing. e pl.) e nei tempi dei modi infiniti. Stare solo attenti a non confondere particelle avverbiali con quelle pronominali. “Mbùnnete” (bàgnati) – “mbennìmece” (bagniamoci) – “mbònnese (bagnarsi).
Nella forma negativa della seconda persona singolare e plurale dell’imperativo, le particelle pronominali, prevalentemente, precedono il verbo (mentre in italiano possono anche seguirlo: non bagnarti), però al posto delle forme verbali della  pers. sing. e pl. dell’imperativo, si usa il gerundio (l’italiano usa l’infinito pres.) “non de sì scènne a ccorche” (non ti coricare) – lett.: non ti sei andando a coricare -; “non de cherquànne” (non ti coricare) – lett.: non ti coricando -; “non de sì mangiànne l’ògne” (lett.: non ti sei mangiando le unghie).

– Anche se molto raramente, fa capolino l’influenza della lingua nazionale e qualche volta si sente dire: “non gherquàrte” (non coricarti) – “nom mangiàrte l’ògne” (non mangiarti le unghie). Sono casi rari che registro per pura cronaca -.

Quando l’infinito presente dei verbi riflessivi è retto dai verbi “” (fare) e “lassà” (lasciare), rifiuta la particella pronominale che si accompagna al verbo reggente. “Me làsseche scì do vìinde” – “me fàzzeche pertà do vìinde” (mi lascio andare e mi faccio portare dal vento).

 

VERBI PRONOMINALI
Non si discostano dalle regole principali già dette per i verbi riflessivi. In dialetto, la forma pronominale, è rafforzata dalla particella “ne” (ne): “me ne vogghe” (me ne vado) – “nù nge ne sciàme” (noi ce ne andiamo).
Nella locuzione “nù nge ne sciàme” e per le voci di qualsiasi tempo di seconda persona plurale, la particella “nge” può essere soppressa senza che il senso abbia a perdere significato: “nù ne scèmme” al posto della più comune “nù nge ne scèmme”.
Nei tempi composti, secondo l’uso, l’ausiliare può essere “èsse” o “avè”, a differenza dell’italiano che richiede sempre ‘essere’.

 

VERBI IMPERSONALI

L’uso di questi verbi, trova in italiano, diverse analogie, per cui essi sono usati o al modo infinito o alla terza persona singolare dei vari modi e tempi: “nevecà”, “nèveche” (raro): nevicare, nevica; “chiòve” (piovere, piove). Vogliono l’ausiliare “avè”: “ha chievùte”, “ha seccìisse”. Vi sono espressioni in 3ª pers. pl.: “occòrrene terrìse” (occorrono denari).


2Bibliografia: Alfredo Giovine, Libro, «Il Dialetto di Bari» (grammatica-scrittura-lettura) a cura di Felice Giovine, Edizioni Giuseppe Laterza, Bari, 2005. Progetto: Corso di Grammatica Barese «“Centro Studi Baresi” – Felice Giovine / Centro Studi “Don Dialetto” – Gigi De Santis», per le scuole e associazioni culturali di Bari. (2011-2012). «Accademia della Lingua Barese “Alfredo Giovine”» costituita il 5 luglio 2011.

Immagini: fototeca, «Centro Studi “Don Dialetto”», Gigi De Santis Bari, (1976-2012).

Il Dialetto di Bari è impegno,
coerenza, approfondimento, uniformità.
È materia di studio e d’insegnamento

Gigi De Santis
Centro Studi “Don Dialetto”
(Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)