Giudizi sul dialetto

La presente, come le susseguenti pagine è una raccolta di pensieri, giudizi e pregiudizi sul dialetto di noti cultori, dialettologi e linguisti baresi, pugliesi, italiani e di alcuni studiosi stranieri.

 1) Per Benedetto Croce il dialetto e le sue espressioni sono “Il monumento parlato del buon senso”.

 2) Non nella letteratura classica di Roma, ma nei dialetti popolari d’Italia bisogna cercare le sorgenti dell’italiano. (Ascanio Persio:1554-1616 Materano).

 3) I nostri mezzi filosofi italiani, sapendo bene, che il volgo non può essere il legislatore della favella scritta, né la lingua volgare può mai bastare ai progressi dello spirito umano, né alla fissazione, determinazione, distinzione e trasmissione delle cognizioni; perciò pretendono che qualunque lingua scritta e qualunque stile debba appartarsi interamente dal volgare ed escludono interamente il volgare dallo scritto, non avendo bastante filosofia per distinguere il bello dal vero, e quindi la letteratura e la poesia dalle scienze, e vedere che prima fonte del bello è la natura, la quale a nessun altro genere di uomini parla si vivamente, immediatamente e frequentemente, e da nessuno è così bene e felicemente e così al vivo e propriamente espressa, come dal volgo. (Giacomo Leopardi: Zibaldone). 

 4) Lo studio del nostro dialetto, è pure lo studio delle nostre costumanze, delle nostre tradizioni e, in generale, di tutta la nostra vita. (Gennaro Venisti: Rime baresi di F. Saverio Abbrescia – Bari, 1887).

 5) Ogni dialetto non si nega all’intelletto, ambasciatore è della mente e le cose tutto spiega come l’anima lo sente. (Francesco D’Amelio: poeta leccese dell’ottocento).

 6) È ancor largamente diffusa, a proposito dei dialetti e dei loro rapporti con la lingua, un’opinione che si può senz’altro qualificare erronea. Molti ritengono che i dialetti non siano che una corruzione della lingua stessa, e ne traggono la conseguenza che si debba fare ogni sforzo per eliminarli, sostituendoli con la lingua nazionale. È opinione errata, perché contraria a tutto ciò che sappiamo intorno all’origine e alla formazione storica dei dialetti. La lingua nazionale parlata e scritta, per non diventare unicamente libresca e quindi isterilirsi, deve mirare a mantenere il contatto con i dialetti suoi fratelli. (Bruno Migliorini: Conversazioni sulla lingua italiana – Firenze – Felice Le Monier).

 7) Chi predica la prossima sparizione dei dialetti, invocando il giorno felice in cui tutti gli italiani parleranno come insegna la Crusca, è un illuso, per non dir peggio, che crede alle generalizzazioni e non sa che la forza della vita sta nella individualizzazione. (Armando Perotti: Bari dei nostri nonni,  Corriere delle Puglie, Bari, 14/7/1907).

 8) Per non dimenticare o alterare il classico e autentico dialetto oggi il nostro popolo, per un malinteso senso di civiltà volendo parlare in pulito, parla più sporco che mai, e confondendo spaventosamente poche e guaste parole italiane a frasi e modi di dire dialettali, né la madre lingua italiana onora, né il patrio dialetto favella. (Francesco Nitti di Vito: Rime Baresi, «introduzione», 1910).

 9) Dare al popolo un linguaggio diverso da quello che ha appreso dalla voce materna, che sente ripetere ad ogni momento per la via, nella casa, dovunque esso si aggira e vive, è come voler falsare la natura. (Engardo: Dalla prefazione del poema di Gaetano Granieri,  Bari, 1912).

10) Il dialetto è una lingua viva, sincera, piena ed è la lingua dell’alunno, perciò l’unico punto di partenza possibile a un insegnamento linguistico. (Lombardo Radice: Lezione di didattica e ricordi di esperienza magistrale – Bari, 1913).

11) Comune fra noi è il malvezzo di prendere il dialetto in burla e vilipenderlo. Perfino nella scuola, spesso ciò si fa in termini che nell’animo del fanciullo si ingenera soltanto vergogna e disprezzo di quello che apprese fra le pareti domestiche. Mentre l’arte, coll’opera dei suoi poeti, dai vernacoli più aspri e incolti, ha saputo trarre effetti mirabili da farli gareggiare in potenzialità con l’idioma nazionale. (Ernesto Monaci: Pe’ nostri manualetti – Miglioni e Strini – Roma, 1918).

12) Tutti i ricordi dei nostri primi anni, tutte le immagini più belle e più vive della nostra infanzia, sono intimamente associate alla lingua, al dialetto che apprendiamo dalle labbra materne. (Pietro Centrelli: I dialetti nell’insegnamento della grammatica e della lingua secondo nuovi programmi – Bari, 1924).

13) Il dialetto barese, che ingiustamente si ritenne ostrogoto e perfino incapace di espressioni poetiche; quando invece sta di fatto che la nostra lingua, è per duttilità, elasticità, descrittiva, colorito, emotività e tradizione, ha in sé la possanza, la bellezza, la commozione e la descrittiva dell’Ellenica favella. (Davide Lopez: La Puglia agli albori della vita – Bari, 1952).

14) Il dialetto è come la madre: può essere bella o brutta, ma è tua. (Idelfonso Nievi, Bari, 1954)

15) Il dialetto barese ha una sua storia tutta sua, e letteraria e linguistica, a causa delle vicissitudini storiche della città di Bari, per cui mal si presta ad essere parlato da chi crede di farne uso e abuso. (Onofrio Gonnella: Giornale  di Puglia – Bari, 30/6/ 1954).