Riflessioni sul Dialetto 2

1) Nell’espressione dialettica vive unicamente quel significato intimo e vero, che, per ragioni d’indole, di clima, di abitudine, di sentimenti, di cultura, si mantiene non pure, come dice il Caix, nazionale, ma ancora, e nel senso più comune della parola, esclusivamente regionale, locale.                                                  (Gennaro Venisti, 1887)

2) Il dialetto è l’espressione naturale, non artificiale, delle particolari attitudini fisiche e morali d’un popolo; esso emana dalle più profonde e salde radici della vita, ed è quello che è, perché non poteva essere altrimenti. (Armando Perotti: Bari dei nostrinonni, Corriere delle Puglie, Bari 14/7/1907)

3) Esprimere i sentimenti del popolo nel suo dialetto nativo è vera manifestazione d’arte.
(Engardo: Dalla prefazione del poema di Gaetano Granieri,  Bari 1912)

4) Il dialetto racchiude quanto di più nobile e di più caro abbia un popolo: l’indole, i costumi, l’anima, la vita in tutte le vicissitudini.
(Pietro Centrelli: I dialetti nell’insegnamento della grammatica e della lingua secondo nuovi programmi – Bari 1924)

5) Ignoti paladini del linguaggio pulito vanno declamando che questo povero dialetto se ne va! Falso: né povero, tanto meno moribondo: è vivo ed è vitale! (Francesco Nitti di Vito: La Gazzetta del Mezzogiorno, 17/5/1937)

6) La storia, la vera storia deve essenzialmente dire qualcosa di nuovo. E questo qualcosa di nuovo non va più ricercato negli usuali classici che hanno già detto tutto quello che sapevano: questo qualcosa di nuovo, questa novità storica, questo progresso della storia va ricercato sui luoghi fra la gente dove questa storia si è consumata. Va studiato il rudere abbandonato, va interrogato il costume. Va interrogata la toponomastica. Va studiato il suono del moderno colono. Va analizzato il fossile della lingua. Occorre insomma riunire questi rottami di antichità se vogliamo portare del materiale sempre nuovo nel grande archivio della storia.     (Michele Melillo: Atlante fonetico pugliese, 1955)

7) Il dialetto qualunque sia, è intangibile. (Francesco Babudri: Metropoli 27/5/1960, Bari)

8) I dialetti sono specchi più fedeli, più spontanei, forse anche primigenii dell’interiore linguaggio che procede ogni fatto linguistico.
(Pio XII: III Congresso dei poeti dialettali Ott. 1957)

9) Il dialetto è l’anima del popolo, la parte meno obliabile, non l’orpello o l’ignoranza come alcuni credono. (Pasquale Sorrenti:Metropoli 4/8/1960, Bari)

10) Il dialetto per il suo più remoto contatto con la vita superiore, che lo sopravanza; e così conserva un tono più intimo, più locale, di vera e propria comunione e parentela con l’intimità psicologica, impegnandosi, per le sue varie ragioni, di immediatezza, spontaneità, sincerità e assumendo un carattere distintivo, da un lato intraducibile, e dall’altra risanante e vibrante del tono di proprietà privata, casalinga, vicinale, duttile, alla mano, nostra, di inalienabile puntualità. (Rosaria Scardigno: Molfetta allo specchio, Molfetta 1963)

11) Il dialetto non è più involontario, non è più condizionato dall’ignoranza dell’italiano, ma diventa una consapevole forma linguistica; insomma una espressione artistica, non pura di una certa dignità che non si giustifica più con la ridicola ricerca della lezione e dell’inedito o con la satirica espressione di sentimenti volgari, ma, proprio per mezzo del dialetto, intende conseguire risultati d’arte. (Oronzo Parlangeli: in Pulpe Rizze, Bari 1963)

12) Il dialetto rappresenta per ognuno di noi i ricordi più cari della fanciullezza e nel contempo riflette l’indole, le tradizioni e le caratteristiche spontanee di una determinata comunità umana. Chi può dimenticare le attenzioni, le apprensioni materne manifestate con il linguaggio dialettale? (Alfredo Giovine: Pulpe Rizze, Bari 1963)

13) Il dialetto rimane lo strumento capace di esprimere la tradizione, e contiene in sé i sedimenti di tutte le forme culturali e religiose del passato, cadute in disuso ma rimaste ancor vive nel subcosciente collettivo.
(Maria Brandon Albini in “Mezzogiorno Vivo”, Milano 1965)

14) Per spegnere il dialetto, dovremmo uccidere il cuore, dovremmo far morire l’uomo, non quello posticcio ed artefatto, che turbina mimetizzato nelle convenevolezze delle diverse società, ma quello genuino, quello che infante imparò a piangere, a sorridere e a balbettare in dialetto sulle ginocchia materne.
(Sac. Dott. Filippo Roscini: Così Parlava Matteo Spinelli – Giovinazzo 1968)

15)Il dialetto andrebbe insegnato o quanto meno spiegato nelle sue espressioni e nei suoi termini più tipici fin dalla scuola dell’obbligo.
(Dal periodico: Il Rosone, Milano, Franco Marasca, direttore, 1982)